

In questi giorni in cui tutti parlano del successo della Spagna, non solo in ambito calcistico, anzi, azzardando degli accostamenti tragicomici fra il successo del football e quello in altri settori dell’economia e della politica che il buonsenso ci fa rifuggire, voglio essere originale e parlare delle virtù iberiche anch’io. Naturalmente, non vi parlerò del bel visino biondo dell’attaccante di cui ora mi sfugge il nome, né di Mister Bean-Zapatero, tutto sommato uno dei politici più simpatici in circolazione, ma di un personaggio molto più interessante, che fece la sua comparsa sulla rivista El vibora, in piena transiciòn, che non ha niente a che vedere con il transgenderismo, ma era il passaggio dalla dittatura franchista a una forma di monarchia illuminata, così come la vediamo oggi. Anarcoma nasce così, nel 1979, dalla fertile e dissacratoria mente di Nazario, nome d’arte di Nazario Luque Vera, ed è il personaggio di un transessuale superdotato, come quasi tutti i character del fumetto, che si barcamena come può nelle ramblas delle notti di Barcellona. Prostituta, drogata, ladra, performer, la nostra eroina si destreggia in un mondo popolato da una stranita umanità in cui lei, in compagnia delle sue amiche e del robot supercazzuto a cui si accompagna, trionfa sempre, non solo da un punto di vista materiale, ma anche e soprattutto per essere la più umana, la più vera fra tutti.
Il successo del fumetto fu tale che ispirò l’omonima canzone di Marc Almond. L’ambientazione delle storie potrebbe far pensare ai primi film di Almodovar, ma con il più una forza trasgressiva che il cinema può soltanto invidiare alle strisce disegnate. Comparso anche in Italia su Frigidaire e in Francia sul glorioso L’Echo des savanes, Anarcoma è stato e rimane un punto di riferimento della cultura gay o, per meglio dire, della cultura tout court.
